What I Know You've Done b snarkyroxy - Genres: Angst, Friendship - Rating: B Warnings: Warning: major Half-Blood Prince spoilers and probable author delusions * How do you convince someone to go back when the whole world has turned against them? Show them you still believe A/N: This is just an implausible little one-shot, written shortly after finishing Half-Blood Prince. I refuse to believe Snape is truly evil, and will happily bounce around my padded cell until the day Book 7 proves me wrong. If people think the SS Prudence and Potions is sinking, I'm going down with the ship Tradotta da Cuccu'ssétte e Shinaré - Genere: Angst, Amicizia - Ambientato dopo il Principe Mezzosangue - Per lettori minori di 14 anni serve un adulto vicino, per l'introspezione e il clima cupo - NdA: si rifiuta di credere che Snape è davvero malvagio. Se la gente pensa che la SS Prudence and Potions sta affondando, affonderà con la nave!.
Leggi qui l'originale a: http://ashwinder.sycophanthex.com/viewstory.php?sid=11301
* * * *
La notte diveniva gelida mentre Hermione Granger Appariva in una strada poco illuminata; le occorse un istante per accertarsi di essere arrivata tutta di un pezzo. L'Apparire era un'abilità relativamente nuova per lei, ed era stata solo resa più complicata dalle confuse indicazioni datele niente meno che da un ritratto, anche se il quadro era quello del più grande stregone dei tempi moderni, Albus Dumbledore.
Raccolse le sue cose e si mise il Mantello dell'Invisibilità del suo migliore amico ancora più stretto addosso, avanzò cauta nella strada ampia con l'acciottolato, illuminata solamente da pochi tremuli lampioni e dall'argento della luna calante.
Il cuore le batteva per l'anticipazione nervosa di quello che avrebbe potuto trovare alla destinazione. Potevano le parole del defunto preside, dette da un ritratto che era apparso nell'ufficio poco dopo la morte, essere veritiere?
Il ritratto aveva sonnecchiato fino a quando, dopo il funerale del Preside, Minerva McGonagall era tornata nell'ufficio circolare e lo aveva trovato sveglio, desideroso di portare un messaggio urgente a chiunque avesse voluto ascoltarlo.
Con occhi rossi e pensierosa, la Preside incaricata andò alla torre del Grifondoro e costrinse Harry, Ron ed Hermione a seguirla alla gargolla di pietra. L'ex Preside chiese di parlare a Harry prima di tutto, in privato; anche la professoressa McGonagall attese innervosita fuori. Ci fu silenzio per molti minuti, ma poi dall'interno vennero un grido di rabbia e sconfitta. Dopo alcuni minuti, il malcapitato giovane si precipitò fuori, giurava che il ritratto fosse affatturato, maledetto, confuso dall'omonimo incanto, e afflitto da ogni numero di altre malattie.
La McGonagall tornò nell'ufficio per un attimo, e intimò a Hermione di aspettare indietro, mentre Ronandò vicino a Harry per calmarlo. Confusa, Hermione sedette sulla fredda balaustra di pietra nel corridoio, per un po', fino a quando la voce dell'anziana donna la chiamò su per le scale, nel familiare ufficio.
Voleva credere a quanto il ritratto del Preside le aveva detto, veramente. La mcGonagall, seduta in una poltrona vicina al fuoco mentre la studentessa e l'ex Preside conversavano, non disse niente, soltanto tirava su col naso e di tanto in tanto si asciugava gli occhi che le si riempivano di lacrime a ascoltare la storia del preside per la seconda volta quella notte.
"Non incoraggerei questa missione se credessi che ti metta in pericolo. Sei la sola che può fare questo, Signorina Granger," disse il vecchio stregone alla fine del suo cupo racconto. "Capisci, vero?"
"Io…" balbettò. Le sembrò di tradire Harry anche solo a riflettere su quello che il Preside le stava chiedendo. Eppure voleva credere che fosse vero, e se era il caso, e ancora rifiutava, li avrebbe traditi. "Perché io? Perché non la Professoressa McGonagall? Lei comprende, no? Lei ti crede."
"E tu no?" le chiese il vecchio dal suo posto sul muro.
Lei esitò.
"Vorrei," sussurrò alla fine. "Non pensavo che avrebbe mai -"
"Ecco perché lo devi fare, cara," le disse la McGonagall, giungendole alle spalle e posandole le mani fredde e ossute sulle spalle."non volevo crederci nemmeno io, fino a quando Albus non si è mostrato, non avevo altra scelta che credere al giovane Signor Potter."
"Non è che non mi fidi di Harry," fece notare. "Era lì… solo… forse ha visto solo quello che voleva vedere… e anche tu eri lì…e…" la voce tremò, incerta.
"C'ero, infatti, Signorina Granger," confermò il ritratto, con un minimo di luccichio tornato negli occhi, sebbene rimanesse triste e preoccupato. "Deve essere fatto presto - stanotte, se puoi. Dobbiamo risolvere questa faccenda, prima che creda che il piano sia fallito."
"Potter è troppo arrabbiato per ascoltare adesso," aggiunse la McGonagall. "E dopo la sua deposizione di quello che è avvenuto quattro notti fa, nessuno vorrà sentire parola che proclami come gli eventi siano avvenuti in modo diverso. Anche con la spiegazione di albus, loro non vorranno concedergli fiducia di nuovo, un ritratto può essere maledetto, e crederanno a quello che Potter dice loro."
"Dovrai portarlo con te, Signorina Granger," disse con gravità il Preside da dentro la cornice.
Lei alzò gli occhi, allarmata.
"Portarlo indietro, qua? Sei pazzo, signore? L'intero mondo dei maghi esige il suo sangue! Non passerà mai i cancelli vivo."
Lei si interruppe quando la McGonagall le porse una piccola borsetta di pelle.
"Una Portkey," spiegò la Preside. "Ti porterà diretta in questo ufficio. Io non me ne andrò, né permetterò che altri entrino, fino al tuo ritorno."
Hermione fissò la borsetta marrone, la mente ragionava sui dati che le erano stati affidati, cercava ogni possibile ragione per cui il piano poteva non funzionare, qualsiasi maniera per sollevarsi del dovere a cui già si sentiva legata.
"Anche se posso convincerlo a tornare," disse placida, "quale possibilità avrà di giustificare le sue azioni? Harry lo ucciderà a prima vista."
"Non nel suo ufficio, non vorrà," disse la McGonagall decisa, la mascella stretta in una linea dura. "Sulla mia vita, il signor Potter ascolterà e, Albus," disse volgendosi da Hermione al ritratto nella cornice d'oro, "Stavolta tu gli dirai ogni cosa."
"Lo farò," disse triste il Preside. "Tenere Harry all'oscuro è stato il mio più grave errore, e in più, non ho potuto correggerlo prima della fine. Se solo avessi trovato Severus prima che il giovane signor Malfoy ci trovasse…"
Come potevano essere diverse le cose, pensò Hermione concludendo il lamento rimasto in sospeso del Preside.
C'era una possibilità di cambiare le cose, comunque. La sua possibilità di fare le cose giuste.
Esitando solo un attimo in più, Hermione prese un respiro profondo e disse, "Lo farò."
Il volto del Preside si spezzò in un sorriso triste eppure speranzoso.
"Grazie, Signorina Granger," sussurrò. "Hai la possibilità di salvare tutti."
Dumbledore poi la indirizzò al posto dove in un attimo giunse, tremando nella nebbia che ondeggiava salendo dal fiume non in vista alle sue spalle.
Parecchie svolte e curve di strade acciottolate dopo, giunse a un vicolo cieco, l'immenso monolito del camino di una vecchia torre campanaria abbandonata che sovrastava una massa cupa, proprio come l'aveva descritta il Preside.
Estrasse la bacchetta dalla manica, confortata dalla rassicurazione del Preside sul fatto che non ci sarebbero state barriere attorno al posto, e cauta s'avvicinò all'ultimo diroccato edificio sulla strada chiamata Spinner's End.
Concentrandosi assai, puntò la bacchetta a quella compassionevole sembianza di casa e lanciò l'incantesimo di indagine che la Professoressa McGonagall le aveva insegnato solo qualche minuto prima, "Proprio nel caso non fosse da solo," le aveva detto l'anziana strega.
La magia evidenziò la presenza di una sola persona nella casa, e Hermione con fervore si augurò che fosse quella giusta.
C'era una fioca luce che brillava dalla fessura sotto la porta e lei s'avvicinò con cautela, i sensi allertati al minimo movimento, anche allo scuotersi delle foglie in quel letto di sterpi troppo cresciuto che un tempo poteva essere stato un giardino in fiore.
Si assicurò che il Mantello dell'Invisibilità fosse al posto giusto, si portò a un lato della porta e la spinse aprendola solo un poco, trattenendo il fiato. Quando dall'interno non ci fu reazione, spinse ancora, e ancora, finché non poté entrare dentro.
Richiuse la porta silenziosamente dietro di lei, pensò di essere sola nella stanza fino a che un colpo di tosse non raggiunse le sue orecchie. Guardandosi intorno, poté appena scorgere la forma di un uomo che occupava una delle due malandate poltrone della stanza, e guardava da parte opposta da lei.
La luce dalla sola lanterna che pendeva dal soffitto era troppo fievole per riconoscere I lineamenti dell'uomo e così, temendo una trappola, Hermione sollevò la bacchetta di nuovo e lanciò "Expelliarmus," in silenzio nella testa.
La bacchetta venne volando nella sua presa da qualche parte sul pavimento vicino alla sedia e, guardandola, non c'era errore su chi potesse esserne il proprietario.
Mentre fissava la lunga verga scura in un misto di sollievi e paura, una voce sommessa disse, " Allora, falla finita con quello."
Ripose la bacchetta appena recuperata nella tasca interna e, stringendo forte la propria, attraversò la stanza per fermarsi davanti a lui, sebbene fuori della sua portata. Solo allora calò il cappuccio, e sfilò il Mantello dell'Invisibilità dalle spalle.
Non la riconobbe immediatamente, rimase a guardare dritto, senza vedere il lato opposto della stanza. I suoi occhi, sottolineati da cerchi scuri, erano opachi ed iniettati di sangue, e lei guardò il tavolino accanto e il pavimento attorno alla sua poltrona, in cerca di una bottiglia vuota di alcolici; ma non ne trovò. Anche i vestiti le sembrarono strani… stazzonati.
"Sapevo che avrebbero mandato qualcuno," le disse. La voce era roca, benché chiara, e lei scartò la possibilità che avesse bevuto appena lui aggiunse, "Non pensavo che saresti stata te."
"Sono venuta di mia scelta," disse placida, incerta su come trattare l'uomo davanti a lei, così diverso dal formidabile stregone che si era preparata a fronteggiare. "Mi è stato detto dove trovarti, ma non sono qui per farti male."
"Perché, allora?" buttò fuori , e tossì con violenza, facendo una smorfia come se lo sforzo gli avesse causato dolore. "Perché sei qui? Non te lo ha detto Potter, quello che ho fatto ?Ti ha mandato a esigere la sua vendetta?"
"Harry mi ha detto cosa ha visto," disse lieve, "E il Professor Dumbledore mi ha detto quanto sapeva."
Per la prima volta da quando era giunta, gli occhi neri si voltarono nella sua direzione, sgranati per l'incredulità.
"Menti," le disse roco.
Lei scosse la testa in silenzio.
La minima azione sembrò scuotere qualcosa nell'ex insegnante, poiché si mise in piedi, la agguantò e fermò la mano della bacchetta con una stretta da provocare lividi prima che lei potesse fare una sola mossa.. appariva ferino e terrificante in quel momento, e Hermione si domandò se non ci fossero stati sbagli dopo tutto, prodotto dall'eco di un uomo morto, maledetto da un incanto di Confusione.
"Non mentirmi!" le gridò. Era così vicino alla sua faccia che poteva sentirgli il respiro caldo e irato sulla pelle, ed anche il suo corpo, premuto contro quello di lei, sembrava freddo. "Non ti ha detto niente! E' morto! Albus Dumbledore è morto!"
Lei lo fissò, occhi sbarrati, atterrita. Mentre lo fissava, alcune strane emozioni sembrarono attraversare il viso dell'uomo, qualcosa di completamente estraneo sui lineamenti aguzzi e pallidi, tanto che lei no sapeva dire cosa fosse.
La lasciò, quasi spingendola via da lui, e fece due passi indietro, accasciandosi nella poltrona.
"Morto," ripeté, con voce vuota.
Fu come se dir la verità ad alta voce gliela avesse rinforzata, ricordandogli i terribili fatti dell'anno trascorso e oltre, e la devastante conclusione di quattro giorni prima, che Hermione solo adesso stava iniziando a capire.
"Un ritratto," disse placida, il terrore la stava lasciando per essere sostituito con un profondo senso di disperazione. "E' comparso nel suo ufficio proprio dopo che -" fece una pausa, respirò tremando, "dopo che è morto, ma non ha parlato se non dopo il suo… dopo il suo funerale."
Di nuovo, lui rimase zitto, sebbene Hermione pensò di aver scorto un tremore attraversargli il corpo esile. Era strano, come apparisse fragile adesso che non la sovrastava. Le tornarono in mente le parole di Dumbledore, come l'ex Capo Casa Serpeverde aveva implorato di essere liberato dal suo compito, implorato Dumbledore di prendersi la sua vita, prima che lui fosse costretto a far altrettanto col suo mentore.
Non era stato liberato, comunque. Era stato costretto a fare qualcosa così orribile, così estremamente repulsivo… c'era da meravigliarsi se adesso aveva un aspetto così orribile?
"Quanto ti ha detto?" tossì di nuovo, roco e violento, mentre Hermione sedeva amareggiata sull'orlo del divanetto opposto a lui.
"Ogni cosa." Gli sussurrò.
"Ogni cosa?" riecheggiò piano.
Lei prese un respiro profondo e spiegò, "Perché ti sei unito… a lui, perché te ne sei andato, la tua amicizia con Lily -" Snape emise un gemito strozzato e si accasciò in avanti, seppellendo la testa tra le mani. " - il tuo voto di proteggere Draco e quello che ti è stato ordinato di fare, e il suo - di Dumbledore - il suo piano perché tu lo facessi prima che Draco potesse avere la possibilità di riuscirci."
Per un tempo più lungo, ci fu silenzio nella sanza. Hermione guardava le mani dell'uomo strette in pugni, strette sempre più mentre afferravano I capelli, tanto che pensò che avrebbe strappato I ciuffi neri fino dalla radice.
Fu allora che si rese conto che le spalle stavano scotendosi tremando e, contro ogni ragionevolezza, si alzò dal divanetto e si mosse verso di lui.
"Non farlo."
La sola parola, detta di colpo da sotto la tenda di capelli annodati, la interruppe. "Non fare cosa?"
"Non ti avvicinare."
Esitò per un attimo prima di fare proprio così, camminò attorno al basso tavolo da caffè e si inginocchiò davanti a lui.
Poi sospirò, incerta su cosa altro fare.
"Cosa vuoi da me?" le disse, le parole attutite dalle mani, che avevano lasciato la stretta sui capelli e si erano spostate a coprire il volto sconvolto.
"Vogliamo che tu torni indietro."
Le parole restarono sospese in aria e alla fine lui risollevò la testa, gli occhi più che mai iniettati di sangue, sebbene adesso Hermione ne comprendeva la ragione.
"Torni indietro?" ripeté e lei vide una scintilla di paura nei suoi occhi.
"A Hogwarts," disse lei.
Lui sbuffò, allarmandola.
"Credi che sia pazzo?" chiese, con un'ombra della sua risaputa altezzosità che faceva ritorno. "Che ti permetta di ricondurmi al cancello di Hogwarts, dove sono stati lasciati gli Auror a lanciare la Maledizione Mortale a prima vista?"
scosse la testa e estrasse la borsetta di pelle dalla tasca, la posò sul tavolo da caffè dove Snape la osservò per un lungo istante prima di capire l'uso.
"Ci porterà diretti all'ufficio del Pre -," incespicò nel dire, ricordando a sé stesa la realtà, "della Preside. La Professoressa McGonagall ha dato la sua parola che sarà l'unica presente."
"Menti," le disse ancora, sebbene una traccia di incertezza s'era fatta strada nella sua voce.
"No," gli rispose, fissandolo dritto negli occhi, desiderosa di fargli vedere la verità. "Lo sai che non mento."
Attese il rivelatore pizzicore lungo la fronte, che Harry aveva descritto l'anno prima come il primo segno di qualcuno che entra nella mente. Non sentì niente, e lo guardò confusa.
"Non posso farlo, senza bacchetta," le disse.
Lei si morse il labbro. Era una trappola? Un espediente per recuperare la bacchetta e, facendolo, farle male, o Disapparire prima che potesse convincerlo a andarsene con il Portkey.
C'era solo un modo per scoprirlo. Dumbledore si fidava di lui, le passò per la mente mentre frugava alle sue spalle e estrasse la bacchetta dalla tasca, porgendola a lui per l'impugnatura.
La scrutò, poi scrutò Hermione.
"Mettila via," borbottò, si sedette di nuovo e chiuse gli occhi.
"Ma, io…" Prese a dire, prima che si rendesse conto del perché non la aveva presa. Il gesto, la sua decisione di rendergliela, erano state una manifestazione di fiducia in sè stessa, una che non lo giustificava e poi si insinuava nella sua mente, cercando ulteriori prove che stesse dicendo il vero. Chi mai, se non qualcuno consapevole dell'intera storia tra lei e Dumbledore, gli avrebbe creduto?
Lei sapeva, e lo faceva.
Hermione ripose la bacchetta nella tasca e vi introdusse pure la sua. Poi attese, scegliendo di lasciare che Snape facesse la prossima mossa. Lui sapeva che lei conosceva la verità, sapeva che si fidava. Adesso la mossa toccava a lui, la decisione di tornare a Hogwarts era soltanto sua. Raccolse le mani in grembo e le scrutò.
Strano, pensò Hermione, osservando la striscia rossa nel palmo sinistro. Davvero non ricordava di essersi tagliata, e venne via, era appena rappreso. Non c'era nulla al di sotto nella mano della donna.
estrasse di nuovo la bacchetta di Snape dalla tasca, e si avvicinò agli occhi l'impugnatura nella fioca luce. C'era una striscia sulla lunghezza dell'impugnatura, era quasi secco, senza dubbio era sangue.
L'occhiata le andò sulla mano della bacchetta, posata flaccida sul bracciolo. Non riusciva a scovare traccia di ferita, sebbene non potesse vedere molto bene. Sollevò la propria bacchetta e mormorò un incantesimo per far più luminosa le lanterna che pendeva dal soffitto, e ansimò per quello che la luce rivelò.
Nessuna meraviglia se i suoi abiti erano apparsi stazzonati. La giacca a frack era strappata, e parti della stoffa pendevano aperti sul davanti. La camicia al di sotto, nera come il cappotto, era pure strappata, e mostrava sotto la pelle insanguinata.
"Cosa è accaduto?" sussurrò, fissando il sanguinolento disastro con orrore.
Lui aprì gli occhi e seguì l'occhiata di lei, pensava quasi di aver dimenticato le ferite, per quanto dovevano essere dolorose.
"Ipppogrifo."

La sola parola giunse in un sussurro appena percepibile, e Hermione ricordò Harry che le raccontava come Buckbeack avesse assalito l'ex insegnante. Gli attacchi degli Ippogrifi, lo sapeva, erano rapidi, furiosi, e molto spesso letali.
"Questo è accaduto quattro giorni fa," calcolò incredula, mentre le sovveniva un pensiero atroce. Era tornato lì, nella acsa della sua infanzia, direttamente dopo essere fuggito da Hogwarts in quella terribile notte? Se ne era stato seduto qui, solo, intontito dallo shock e dal dolore, per Quattro giorni?
"Quattro di già?" disse privo di tono, riaffermando le paure di Hermione. Lo sguardo atterrito e spento era tornato nei suoi occhi, le occhiaie accentuate dalla luce sulla testa più forte.
La spaventò.
Tutte le volte in cui aveva unito gli occhi con quelli di Severus Snape nei sei anni in cui lo aveva conosciuto, c'era sempre stato un fuoco che ardeva nelle nere profondità. Una scintilla di rabbia, disprezzo o derisione l'aveva vista spesso; paura, una volta prima di allora; ammirazione o passione, mai, ma non dubitava che fosse capace di entrambe, se gliene veniva offerta la possibilità.
Adesso, comunque, erano privi di reazione. Vuoti buchi neri, scoloriti e sfiniti. Guardava in su, dimentico della preoccupazione, e pareva inconsapevole del suo pericolo.
Hermione protese la mano per toccare la sua, e la trovò sudaticcia, anche nel freddo della stanza. Lui non si scansò, e nemmeno rispose, e questo la impensierì ancora di più, forse, del pallore malsano della pelle.
"Lascia che ti aiuti," gli disse dolce.
"Aiuto?" rantolò, tossì ancora, l'espressione del volto sofferente mentre lo faceva. "Non voglio aiuto; voglio dimenticare! Vorrei tornare indietro, vorrei cambiare tutto, voglio…" La voce si incrinò e sussurrò, "Voglio solo morire."
"Non dire così," gli sussurrò, e la mano prese a stringere la sua.
"Perché ? E' forse meno vero se non lo dico a voce alta?"
Lo guardò indifesa. Venendo lì quella notte, s'era attesa di tutto da lui, rabbia, ingiurie, scherno, violenza, anche silenzio stoico
. non si sarebbe mai attesa di trovare una simile replica di un uomo che pareva incrollabile.
All'improvviso lui rise; un suono roco, maniacale, che sembrò sorprendere lui quanto lei.
"Come è ironico che il temibile ex Maestro delle pozioni di Hogwarts non ha niente come un semplice distillato per dare fine alla sua patetica esistenza."
"Basta!" pianse lei, gli lasciò la mano e lo prese invece per le spalle, cercando di riscuoterlo. "Devi smetterla!"
Gemette quando le dita di lei affondarono aguzze nelle ferite ancora aperte; e lei si ritrasse svelta, odiandosi per avergli causato ancora più dolore.
"Mi spiace," mormorò. "Mi dispiace… ti prego, fammi fare qualcosa per quelle."
"Fai quello che vuoi," le disse, accasciandosi nella sedia. "Alla fine non farà differenza."
Ignorando le sue disperate parole, si raddrizzò e si fece avanti, spingendo da parte le malconce strisce della giacca a frack. Sembrava che fosse scivolato di nuovo nel suo distante stupore, e si preoccupò per il sangue fresco che poteva vedere, e luccicava un po' nella stanza in penombra.
Spinse il cappotto giù dalle spalle, meglio che poteva con lui accasciato come era nella sedia.
La camicia sotto era rovinata, un grosso buco strappato proprio sotto la clavicola metteva in mostra una ferita che ancora gettava sangue, anche così tanto tempo dopo che era stata inferta.
"Avresti dovuto farle vedere prima," mormorò.
"Da chi?" rispose piano. "L'Oscuro Signore mi ha compensato per il mio… mio successo… e mi ha mandato per la mia strada. Chi sono io per impedirmi di sanguinare fino a una morte bene accetta?"
"Allora, quella non avverrà adesso," disse decisa, e raggiunse i bottoni della camicia, che sorprendentemente erano rimasti intatti.
Sopportò le sue medicazioni fino a quando non fece per strappare il vestito rovinato, e a quello sibilò di dolore e spinse via le mani. Il sangue delle ferite meno gravi si era seccato, e aveva ben attaccato la stoffa al torace. Nel tirarlo via, aveva solo rinnovato il sanguinamento.
"Mi dispiace," si scusò. "Non conosco incantesimi contro il dolore."
"Sono meglio le pozioni," mormorò lui. "Ma non ne possiedo, penso che farei meglio da me."
Lo guardò mentre sedeva meno afflosciato e afferrò ogni limbo della camicia. Stringendo un po' i denti, li scostò, incapace di trattenere gemiti di dolore quando le ferite sottostanti si riaprirono.
Hermione imprecò in silenzio. Non era una medistrega, e non era preparata per questo.
"Dove è la cucina, o il bagno ?" chiese lesta. "Ho bisogno di qualcosa per fermare l'emorragia."
"Incantesimi," disse roco, e si afflosciò sulla poltrona con un'aria sofferente in volto. "Vulnus sanare."
"Non conosco I movimenti della bacchetta," disse, incapace di distogliere gli occhi dal sangue che lento sgorgava dale ferrite. Alcune di esse sembravano assai profonde, richiamavano l'idea degli artigli simili a rasoi dell'Ippogrifo.
"Basta puntarla," disse debole.
Lei esitò un attimo, ma quando si rese conto che non c'eranoaltre scelte, estrasse la bacchetta e la puntò ad uno dei tagli più piccoli sulla spalla.
Prese un respiro profondo e intonò, "Vulnus sanare."
Una rapida luce bianca sprizzò dalla punta della bacchetta e parve venire assorbita nella ferita. Il taglio si chiuse, sebbene rimase una crosta in rilievo. Eppure, era meglio di prima.
Rincuorata, si dispose a cercare di curare le ferrite più profonde, quelle che stavano ancora sanguinando. Nessuna di loro riuscì a guarire completamente, ovvio a causa della mancanza di esperienza con l'incantesimo e i movimenti della bacchetta, ma sarebbe stato sufficientefino a che non fossero tornati a Hogwarts, e alle cure di una vera Medistrega… se avesse ritenuto di far ritorno.
Mettendo da parte il pensiero, lanciò una magia più familiare, un incantesimo di pulizia, per liberare il torace dal sangue secco. La pelle mostrata era pallida… troppo pallida, e non era una sorpresa, si rese conto, dopo quattro giorni con ferite aperte… la camicia che aveva messo da parte era impastata di sangue. Era una meraviglia che non fosse morto dissanguato.
Gli guardò il volto.
Teneva la testa rovesciata indietro e aveva gli occhi chiusi, le labbra sottili erano quasi traslucide nel pallore. Lo poteva sentire respirare nell'immobilità della stanza, ma suonava affaticato, forzato.
"Signore?" chiese con insistenza. "Pro- Signore?"
Le parve strano chiamarlo 'signore' in quella situazione, come le pareva l'idea di chiamarlo 'Snape' così faccia a faccia, e 'Professore' non era più accurato. Forse avrebbe reagito se diceva,,,
"Severus?" disse esitando. "Sei sempre con me?"
Ci fu una pausa e una serie di respiri, poi, "Non volevo tutto questo," disse vacuo, gli occhi aperti di nuovo, a scrutare inerti il soffitto.
Sembrava sotto shock. Non era sorprendente col trauma che aveva subito, sia fisico che emozionale. Doveva tornare a Hogwarts, e prima lo faceva, meglio era.
"Avrei fatto qualsiasi cosa chiedesse della mia persona…" proseguì piano, "Ma questo…"
"Ma lo hai fatto," lo incalzò, cercando di farlo parlare. "Anche se con difficoltà puoi portarti a riconoscerlo. Quando non c'era altra possibilità, hai fatto la scelta più impavida e coraggiosa pur di andare avanti."
"Coraggioso," sbuffò piano, col disgusto che gli torceva i lineamenti. "Potter mi ha chiamato codardo."
Lei gli prese di nuovo la mano, la trattenne tra le proprie in un tentativo disperato di arrivare a lui.
"Non capisce," gli disse, "ed è per questo che devi tornare. Ha bisogno di sapere la verità, come tutti… e non devono apprenderla solo dal ritratto del Professor Dumbledore. C'è bisogno che tu sia lì, pure."
"Pensi che sarà meglio se torno e mi spiego con persone che non vogliono ascoltare?" le ribatté, abbassando la testa per incontrarle gli occhi. "Pensi che giustificherà quello che ho fatto?"
"Cosa hai fatto?" rispose Sermone. "Non avevi scelta sull'argomento."
"E' quello che sembra a te?" le chiese. "C'è sempre una scelta. Avevo la scelta di morire. Invece, ho assassinato il mio mentore, il mio amico, la sola persona che l'Oscuro Signore temesse, la sola persona che desiderasse darmi una seconda possibilità nella vita…"I suoi occhi erano d'improvviso stranamente brillanti, e distolse il viso da lei, l'occhiata fissa sulla parete tappezzata di libri dall'altra parte della stanza.
"Allora, ecco quello che so che hai fatto," gli dissa dolce. "Hai fatto il sacrificio più grande di quanto ciascuno di noi potrà mai comprendere. Hai fatto quanto ti veniva richiesto - la cosa più atroce immaginabile - per salvare Draco da un destino tremendo, hai cementato la tua posizione di spia, hai dato al resto di noi una possibilità di vincere questa guerra."
Guardò un istante verso di lei e poi lei proseguì. "Se tutti sapessero, tutti capirebbero l'intera storia, e sarebbero d'accordo con quello che hai fatto, pure."
Gli occhi dell'uoo incontrarono quelli di Hermione, e quella volta resse lo sguardo di lei. Lei gli rese l'occhiata, voleva fargli vedere la sua sincerità e la compassione che provava. Sapeva che sarebbe stata dura per lui tornare a Hogwarts, e conoscendo l'odio che c'era nei suoi confronti, rese la cosa più dura. Poi là c'era sempre la prospettiva di dover affrontare di nuovo Albus Dumbledore, il quale, anche se in forma di ritratto, sarebbe servito solo a ricordargli quello che aveva fatto, sollevandogli le paure e le insicurezze che lui già le aveva elencato quella sera.
"Onestamente hai creduto a quello che ti ha detto il ritratto del Preside?" le chiese con un certo estraniamento negli occhi.
"Sì," proclamò decisa. "Sarei qua, altrimenti?"
Le labbra di lui si piegarono in su lievemente, sebbene poteva essere un'altra smorfia di dolore.
"Mi serve di immaginare perché ha mandato te, di tanta gente."
"Ha cercato di parlare a Harry," disse onestamente, "Ma non ha ancora voluto ascoltarlo. Ha accusato il ritratto di essere affatturato, e in ogni caso, io avevo più voglia di ascoltare."
"E' possibile, lo sai, che il ritratto sia stato contraffatto," le rispose, e lei scosse la testa.
"Mi è passato per la mente che sarei potuta incappare in una trappola," ammise. "Ma sapevo di aver ragione nel momento in cui sono entrata in casa."
La constatazione le guadagnò uno sguardo perplesso, e lei spiegò, "Non hai mai abbassato la guardia a meno che davvero non volessi morire… se ero chiunque altro, stanotte sarei potuto entrare e ucciderti."
Rimase silenzioso, e le sovvenne che forse era proprio quello che sperava.
"Capiranno," gli disse. "Ci vorrà del tempo ma lo faranno.. io lo ho fatto."
"E' un inizio, immagino," le rispose, col fantasma di un triste sorriso che vagava per il volto.
"Tornerai, allora?" chiese speranzosa.
Occhieggiò la borsetta di pelle posata sul tavolo da caffè e si guardò attorno nella stanza prima che lo sguardo tornasse a posarsi su di lei.
"Verrò."
Gli sorrise, un sorriso vero, e sebbene lui non lo rendesse, c'era una scintilla negli occhi, una scintilla di speranza. Lei si alzò e gli porse la mano.
La guardò incredulo per un istante prima di scuotersi lievemente e afferrarla, permettendole di aiutarlo ad alzarsi dalla bassa poltrona.
Estrasse la bacchetta dalla tasca di nuovo, e gliela porse. Stavolta la prese, e asciugò il sangue sull'impugnatura con un angolo della camicia che penzolava.
Abbassò gli occhi sui resti dei suoi abiti, un tempo immacolati, e si accigliò, mormorando un complicato incantesimo che Hermione non riconobbe.
Era di certo una magia utile, poiché, sebbene non avessero riportato giacca e camicia nelle condizioni originarie, pure erano riparati e ben abbottonati.
Le diede la propria bacchetta, poi, e lei lo fissò, confusa. Lui gliela premette in mano, costringendola ad accettarla.
"Proprio se occorre," le mormorò, sollevando la borsetta di pelle.
Lei si allungò per toccarla, pure, ma lui la ritrasse per un istante.
"Grazie, Hermione," le disse serio. "Io… tu hai…" sospirò. "Insomma, grazie."
"E grazie a te,"rispose lei con onestà. "Per così tanto."
Lui le porse la Portkey e, posandole sopra la mano, lei la toccò con la bacchetta, dicendo, "Portus."
Insieme, tornarono a Hogwarts.
* * * * *
~ finite ~